Quando parliamo di sicurezza, quasi sempre arriviamo tardi. Arriviamo quando qualcosa è già successo. Quando un ragazzo ha commesso un reato, quando una scuola ha perso uno studente, quando una dipendenza è diventata ingestibile, quando una famiglia non regge più, quando il disagio è diventato visibile perché ha prodotto un fatto. A quel punto la domanda pubblica cambia. Non ci chiediamo più che cosa non ha funzionato prima. Ci chiediamo come punire, come controllare, come contenere. È comprensibile. Quando un comportamento produce paura o danno, la richiesta di sicurezza è reale. Non va liquidata come propaganda e non va trattata con sufficienza.
Ma una politica pubblica dovrebbe essere capace di fare una cosa in più.
Dovrebbe chiedersi quando è cominciato davvero il problema, perché un ragazzo non nasce problema di sicurezza. Prima può essere un ragazzo che ha smesso di andare a scuola, che non trova uno spazio in cui stare, che ha cominciato a usare sostanze, che vive in una casa attraversata da difficoltà economiche o relazionali, che non riesce a raccontare quello che gli sta succedendo, che accumula rabbia, isolamento, frustrazione, che cresce in un posto dove le opportunità sono poche e le risposte arrivano solo quando qualcosa si rompe.
Naturalmente non esiste un automatismo, la povertà non produce criminalità e il disagio non rende inevitabile la violenza.
Avere una famiglia fragile non significa essere destinati a finire davanti a un giudice, sarebbe ingiusto e anche profondamente classista pensarlo, il punto è un altro: ci sono condizioni nelle quali diventa più difficile attraversare l’adolescenza senza strumenti, senza adulti affidabili, senza luoghi, senza possibilità di sbagliare senza perdersi. Ed è lì che una comunità decide se esserci oppure no. La sicurezza, allora, comincia molto prima della sicurezza.
Comincia in una scuola che riesce a vedere chi sta scomparendo prima dell’abbandono, in un servizio di salute mentale accessibile prima che il disagio esploda, in un educator* che costruisce una relazione quando ancora non esiste un reato da gestire, in una famiglia che trova qualcuno con cui condividere una difficoltà prima che quella difficoltà diventi insostenibile, in uno spazio pubblico dove stare senza dover necessariamente comprare qualcosa, in un progetto che accompagna un ragazzo verso la maggiore età senza lasciarlo improvvisamente solo.
Sono tutte cose poco spettacolari, non producono titoli di giornali, quando funzionano, spesso non succede niente. Ed è proprio questo il loro successo.
Ma succede che un conflitto viene disinnescato, un ragazzo torna a scuola, una dipendenza viene intercettata, una famiglia chiede aiuto prima, una relazione educativa regge.
Ma ciò che non accade è difficile da misurare e ancora più difficile da raccontare politicamente. La repressione, invece, è visibile, un arresto si vede, una pattuglia si vede, una nuova fattispecie di reato si comunica facilmente.
Un educatore che per mesi lavora con dieci adolescenti senza che nessuno finisca nel circuito penale ci vede molto meno.
Eppure dovremmo avere il coraggio di dire che anche quella è sicurezza, anzi, soprattutto quellaè sicurezza!. Questo non significa opporre il sociale alle forze dell’ordine, è una contrapposizione sbagliata, Ci sono momenti in cui serve la polizia e ci sono comportamenti che devono essere fermati. Ci sono vittime che hanno diritto a protezione, riconoscimento e giustizia.
Ma il problema nasce quando alla sicurezza chiediamo di fare ciò che dovrebbe aver fatto prima il welfare. Quando il carcere diventa risposta alla salute mentale oppure quando la polizia incontra per prima una fragilità che avrebbe dovuto incontrare un servizio e quando una comunità educativa viene costruita dopo che un ragazzo è già entrato nel circuito penale.
Quando trasformiamo in emergenza ciò che per anni abbiamo scelto di non vedere.
Il nuovo dibattito sul disagio giovanile rende questa contraddizione molto evidente, la parola utilizzata è “prevenzione”, ma prevenire non significa soltanto impedire un comportamento: significa costruire condizioni nelle quali quel comportamento abbia meno possibilità di diventare l’unica risposta disponibile ed è una differenza enorme. Un divieto può impedire, una sanzione può dissuadere. Ma nessuna sanzione può sostituire una relazione, nessuna misura restrittiva può creare appartenenza, nessun controllo può produrre da solo un futuro immaginabile.
E forse il punto politico è proprio questo, continuiamo a discutere di giovani come se fossero qualcosa da amministrare, da proteggere quando sono piccoli, da controllare quando diventano adolescenti e da punire quando oltrepassano un limite.
Molto meno spesso li consideriamo soggetti con cui costruire pezzi di comunità eppure l’adolescenza è precisamente il momento nel quale una società dovrebbe investire di più.Perché è un’età in cui tutto è ancora aperto: le appartenenze, le relazioni, le identità, le scelte e gli errori.
Se aspettiamo che tutto questo si trasformi in un problema di ordine pubblico, abbiamo già perso una parte enorme delle possibilità di intervento.
C’è poi una questione di risorse. La prevenzione costa. Servono educatori, psicologi, assistenti sociali, mediatori, insegnanti, spazi, équipe territoriali; servono servizi che possano lavorare con continuità e non soltanto attraverso progetti di sei mesi. Servono professionisti pagati adeguatamente, servono reti tra scuola, servizi sociali, sanità, Terzo settore e famiglie.
È più semplice approvare una nuova sanzione ma è molto più difficile costruire tutto questo.
Ma il fatto che sia difficile non significa che sia meno necessario. Anzi. Se davvero vogliamo parlare di sicurezza, dovremmo cominciare a misurarla anche così:
quanti ragazzi abbiamo riportato a scuola? Quanti hanno trovato un luogo prima della strada?
Quante famiglie sono state sostenute prima di crollare? Quanti problemi di salute mentale abbiamo intercettato prima dell’emergenza? Quante persone sono entrate in una comunità invece che in un carcere? Sono domande meno immediate di quelle che dominano il dibattito pubblico ma forse sono molto più serie perché la sicurezza non è soltanto impedire che accada qualcosa di brutto.È anche costruire le condizioni perché qualcosa di diverso possa accadere.
E allora la domanda non è se dobbiamo scegliere tra educatori e poliziotti. La domanda è in quale momento vogliamo incontrare un ragazzo. Dopo, quando è già diventato un problema da contenere, oppure prima, quando è ancora una persona con cui costruire possibilità?
La politica sociale comincia esattamente lì.
Prima che diventi sicurezza.
